Seguendo il tormentone capitalistico di quest’estate, anch’io sento la necessità di delocalizzarmi all’estero, almeno per una decina di giorni. Fate i bravi.
Seguendo il tormentone capitalistico di quest’estate, anch’io sento la necessità di delocalizzarmi all’estero, almeno per una decina di giorni. Fate i bravi.
La notizia –probabilmente buona, ma si vedrà– dell’abbandono della moviola da parte delle trasmissioni calcistiche della Rai si accompagna con quella dell’avvicendamento tra Marco Civoli e Bruno Gentili al commento delle partite degli Azzurri. Gentili, più o meno coetaneo del suo predecessore, continua la tradizione di telecronisti tradizionali e un po’ demodé, soprattutto se paragonati a quelli incontenibili di Sky. Sento sbuffare i giovincelli, ma la formazione radiofonica e creativa della nuova voce della Nazionale a me sta già simpatica.
Nichi Vendola –non dimentichiamolo– è oggi più uomo che messia, e la sua bravura talvolta viene macchiata da errori grossolani. Ma c’è da dire che con l’intervista a Repubblica di oggi la sua “narrazione” si arricchisce di un capitolo molto importante, ovvero una valutazione onesta e non scontata su Romano Prodi che ricorda la visione laica dello spettro politico dimostrata due anni fa da Barack Obama:
Prodi ha rovesciato alcuni modelli di lotta politica. A me piaceva il tono elevato del suo discorso antipopulista. Mi piaceva la costruzione di una leadership per strada rompendo l’autoreferenzialità del ceto politico. Per me è un esempio da guardare con molta attenzione. Ma non c’è un prototipo e l’idea che si vince solo giocando al centro è davvero fuori tempo e fuori contesto. Appartiene al cinismo che tanto affascina il Palazzo ma ha il difetto di partorire insuccessi a ripetizione. È l’espressione di una straordinaria inadeguatezza culturale.

Tra qualche settimana ricorrerà il quarto anniversario di una rocambolesca trasferta in Svizzera che affrontai assieme a un paio di altri disgraziati al par mio. Era un’epoca trasognata e ingenua, in cui il centrosinistra vinceva elezioni, gli azzurri vincevano coppe del mondo, e la realtà danzava con la fantasia.
Dato che ci trovavamo in uno dei due paesi che avrebbero ospitato gli europei di due anni dopo, non potemmo non usare la nostra rinforzata saccenza calcistica per giudicare un luogo evidentemente così poco adatto per ospitare noi, neocampioni del mondo. “Ma dove si giocheranno le partite, nei campi di patate?” ridacchiò uno di noi, e tutti noi ridacchiammo.
Ecco, sappiamo come sono andate le cose: gli Europei in Austria e Svizzera sono stati una figata, mentre l’Italia da allora è un ectoplasma. I prossimi mondiali si giocheranno in Brasile, e sulle foto di campi da calcio improvvisati scovate su Google Earth da Joachim Schmid e ripubblicate da Personal Reporter potremmo usare la stessa saccenza di quattro anni fa, se solo l’avessimo ancora. Meglio così, perché a me queste foto piacciono parecchio.
È vero che l’effetto nostalgia è sempre forte e che gli anni ’90 stanno tornando di moda, ma la rilevazione Gallup in cui Bill Clinton supera per popolarità George W. Bush e Barack Obama dovrebbe farci riflettere sulla scarsa importanza delle cifre nel processo democratico. Clinton è infatti l’unico fra i tre ad aver vinto i suoi due mandati senza mai ottenere la maggioranza assoluta; elemento non secondario, dato che in certi paesi lo si potrebbe usare per accusare il vincitore di non essere in sintonia con l’elettorato, o addirittura col “popolo”.
Ho visto poco fa una replica del Caffé di Rai News con ospite Nichi Vendola. Parlando di demagogia, il presidente pugliese ha detto che il politico populista non parla in maniera paritaria col popolo, ma in realtà lo induce in tentazione. Oltre a trovarmi d’accordo col concetto espresso, la citazione evangelica mi ha fatto percepire l’astuzia di quest’uomo: con una frase elementare, Vendola si è rivolto al tradizionale elettore di sinistra, ma contemporaneamente ha strizzato l’occhio al finiano, al cattolico e all’intellettuale, senza deludere nessuno dei quattro. Ma c’è di più: Vendola, da diligente figlio del postmoderno, non ha neppure introdotto il concetto usando un veltronismo del tipo “come è scritto nel Vangelo”, cosa che avrebbe fatto storcere il naso agli atei e avrebbe svelato troppo facilmente il trucco retorico.
Signori, ecco qua una risorsa comunicativa all’interno di una metà politica afflitta dalla disperata necessità di comunicare. Se non verrà fatto salire a Palazzo Chigi sono sicuro che ne capirò le ragioni, ma marginalizzarlo sarebbe troppo controproducente.
Oggi Montaigne compie un anno e, dato che inizia a sentirsi già le rughe, si ritocca un po’ il logo. Il primo anno di vita di questo blog è soprattutto l’occasione giusta per ringraziare quelli che in un modo o nell’altro l’hanno aiutato a maturare, vale a dire Giovanni, Arianna, Francesco, Luca, Gianni e Pietro.
Nonostante i ritmi siano un po’ rallentati per mille motivi che non sto a spiegarvi, sappiate che io mi sto divertendo parecchio a scrivere questa specie di Smemoranda in rete (cit.), e la speranza è che vi stiate divertendo un po’ anche voi a leggerlo. Sai che bello se lo spirito rimanesse questo, almeno da parte mia, e almeno fino al prossimo compleanno?