La vera essenza

April 25th, 2013 — 2:21pm

“Con un mio amico e coetaneo, che ora fa il medico, e allora era studente come me, passavamo le sere a discutere. Per entrambi la Resistenza era stata l’esperienza fondamentale; per lui in maniera molto più impegnativa perché s’era trovato ad assumere responsabilità serie, e a poco più di vent’anni era stato commissario d’una divisione partigiana, quella di cui io pure avevo fatto parte come semplice garibaldino. Ci pareva, allora, a pochi mesi dalla Liberazione, che tutti parlassero della Resistenza in modo sbagliato, che una retorica che s’andava creando ne nascondesse la vera essenza, il suo carattere primario. Mi sarebbe difficile ora ricostruire quelle discussioni; ricordo solo la continua nostra polemica contro tutte le immagini mitizzate, la nostra riduzione della coscienza partigiana a un quid elementare, quello che avevamo conosciuto nei più semplici dei nostri compagni, e che diventava la chiave della storia presente e futura”.

(Italo Calvino, Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno, Einaudi, 1964, pp. 17-18)

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Le mie cose preferite del 2012 che non sono del 2012

December 31st, 2012 — 11:48am

Continuiamo una delle (poche) tradizioni di questo blog, quest’anno all’insegna del multiculturalismo. La tentazione era quella di mettere anche qualche titolo di quest’anno, il che non sarebbe stato giusto nei confronti del mio essere vecchio dentro. Ma visto che anche all’autoreferenzialità c’è un limite, magari spiego anche il perché di queste scelte.

Album: Fabrizio De André (1981). La miglior colonna sonora per un italiano che si trasferisce nella provincia nordamericana.

Film: Compagni di scuola. Un Verdone amaro ma eloquente al punto giusto: noi italiani abbiamo tanti difetti, ma almeno ne siamo consapevoli e la possibilità di riscatto, volendo, è sempre a portata di mano.

Libro: Paradiso Perduto di John Milton. Da leggere e rileggere per capire come funziona l’individualismo anglosassone.

Videogioco: Red Dead Redemption. Una sintesi di tutte le possibilità del genere western, cosa che si presterebbe a più di una analisi teorica. Avrei messo quel meraviglioso simulatore storico che è Crusader Kings II, ma purtroppo è uscito nel 2012.

Serie TV: Mad Men, rivisto tutto di fila in attesa della nuova stagione. Più o meno come Milton, lo si può seguire come se fosse un manuale di società nordamericana. Solo con più cinismo e vestiti eleganti.

Città: idealmente, Toronto o Cracovia; nella realtà Londra, Ontario.

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La rivoluzione, più tardi

November 24th, 2012 — 6:24pm

Premetto che sono quattro mesi che vivo a 8000 chilometri di distanza e a 6 ore di fuso orario di differenza dall’Italia. Parlare di primarie del centrosinistra in questo modo è un po’ più difficile, però io ci tengo a farlo lo stesso.

Dicono che in Italia di rivoluzioni non ne abbiamo mai fatte. Perché ci conosciamo tutti, perché corriamo in soccorso del vincitore, o perché ci sono Franza o Spagna. Ma basta pensare ai Moti Carbonari, alla Marcia su Roma o a Tangentopoli per accorgersi che di rivoluzioni ne abbiamo fatte fin troppe, nel modo sbagliato e nel momento sbagliato.

Quello che non abbiamo mai avuto è stata una rivoluzione giusta nel momento giusto, capace sia di dare il colpo di grazia a un sistema ormai morto ma anche di costruirne uno nuovo. Una rivoluzione vera, talmente autorevole che non ha nemmeno bisogno di spargere sangue, anzi. Sangue non fu sparso quando il Parlamento inglese chiamò Guglielmo D’Orange; quando Thomas Jefferson fu eletto Presidente; quando De Gaulle fondò la Quinta Repubblica e favorì l’indipendenza dell’Algeria; quando Juan Carlos consentì il ritorno della democrazia in Spagna; e neppure quando gli studenti di Praga fecero tintinnare le loro chiavi per la strada della capitale, per chiedere (e ottenere) la fine della dittatura. Casomai il sangue è stato sparso prima di queste rivoluzioni, raramente durante o dopo.

Quella di Matteo Renzi non è certo una rivoluzione sanguinaria, anche se un certo fascino giacobino nel concetto di rottamazione inevitabilmente c’è. Il problema è che non è la rivoluzione giusta nel momento giusto. Perché è prima di tutto una rivoluzione che si è chiesta troppo a lungo quante vittime si sarebbero dovute fare in casa propria: in senso figurato, ovviamente, ma pur sempre di vittime si tratta. Perché ha spiegato troppo tardi e troppo vagamente cosa si sarebbe dovuto fare il giorno dopo la rivoluzione. Perché è una rivoluzione che ha gridato (e grida tutt’ora) al complotto all’interno del Pd quando l’unico complotto che c’è stato, regole alla mano, è stato quello che ha consentito a questa rivoluzione di avere una legittima chance elettorale. Perché è mediatica, non in senso obamiano ma berlusconiano, visto che il contenuto del messaggio sembra sempre un po’ subordinato ai minuti di presenza nei telegiornali e nei talk show, con buona pace della campagna elettorale 2.0.

Più che una vera rivoluzione, quella di Renzi sembra un modo di far saltare le regole, una resa dei conti, per giunta difficilmente attuabile se uno si candida alla guida della coalizione e non del proprio partito.

E se uno vuole prima smantellare un partito in fase di normalizzazione e poi essere eletto Presidente del Consiglio, cosa c’è di diverso tra questo e il lato peggiore di Tangentopoli, se non un certo autolesionismo?

A conti fatti, mi sembra che non ci sia una vera rivoluzione all’orizzonte, ma una un po’ raffazzonata e venduta fin troppo bene. Se questa dovesse trionfare, l’unica cosa che mi auguro è di aver scritto un post scettico e un po’ conservatore, nel qual caso sarei più che lieto di ammettere il mio errore. Ma ora come ora preferisco votare l’ancién regime, in attesa di una rivoluzione più convincente.

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