
Premetto che sono quattro mesi che vivo a 8000 chilometri di distanza e a 6 ore di fuso orario di differenza dall’Italia. Parlare di primarie del centrosinistra in questo modo è un po’ più difficile, però io ci tengo a farlo lo stesso.
Dicono che in Italia di rivoluzioni non ne abbiamo mai fatte. Perché ci conosciamo tutti, perché corriamo in soccorso del vincitore, o perché ci sono Franza o Spagna. Ma basta pensare ai Moti Carbonari, alla Marcia su Roma o a Tangentopoli per accorgersi che di rivoluzioni ne abbiamo fatte fin troppe, nel modo sbagliato e nel momento sbagliato.
Quello che non abbiamo mai avuto è stata una rivoluzione giusta nel momento giusto, capace sia di dare il colpo di grazia a un sistema ormai morto ma anche di costruirne uno nuovo. Una rivoluzione vera, talmente autorevole che non ha nemmeno bisogno di spargere sangue, anzi. Sangue non fu sparso quando il Parlamento inglese chiamò Guglielmo D’Orange; quando Thomas Jefferson fu eletto Presidente; quando De Gaulle fondò la Quinta Repubblica e favorì l’indipendenza dell’Algeria; quando Juan Carlos consentì il ritorno della democrazia in Spagna; e neppure quando gli studenti di Praga fecero tintinnare le loro chiavi per la strada della capitale, per chiedere (e ottenere) la fine della dittatura. Casomai il sangue è stato sparso prima di queste rivoluzioni, raramente durante o dopo.
Quella di Matteo Renzi non è certo una rivoluzione sanguinaria, anche se un certo fascino giacobino nel concetto di rottamazione inevitabilmente c’è. Il problema è che non è la rivoluzione giusta nel momento giusto. Perché è prima di tutto una rivoluzione che si è chiesta troppo a lungo quante vittime si sarebbero dovute fare in casa propria: in senso figurato, ovviamente, ma pur sempre di vittime si tratta. Perché ha spiegato troppo tardi e troppo vagamente cosa si sarebbe dovuto fare il giorno dopo la rivoluzione. Perché è una rivoluzione che ha gridato (e grida tutt’ora) al complotto all’interno del Pd quando l’unico complotto che c’è stato, regole alla mano, è stato quello che ha consentito a questa rivoluzione di avere una legittima chance elettorale. Perché è mediatica, non in senso obamiano ma berlusconiano, visto che il contenuto del messaggio sembra sempre un po’ subordinato ai minuti di presenza nei telegiornali e nei talk show, con buona pace della campagna elettorale 2.0.
Più che una vera rivoluzione, quella di Renzi sembra un modo di far saltare le regole, una resa dei conti, per giunta difficilmente attuabile se uno si candida alla guida della coalizione e non del proprio partito.
E se uno vuole prima smantellare un partito in fase di normalizzazione e poi essere eletto Presidente del Consiglio, cosa c’è di diverso tra questo e il lato peggiore di Tangentopoli, se non un certo autolesionismo?
A conti fatti, mi sembra che non ci sia una vera rivoluzione all’orizzonte, ma una un po’ raffazzonata e venduta fin troppo bene. Se questa dovesse trionfare, l’unica cosa che mi auguro è di aver scritto un post scettico e un po’ conservatore, nel qual caso sarei più che lieto di ammettere il mio errore. Ma ora come ora preferisco votare l’ancién regime, in attesa di una rivoluzione più convincente.