ovvero prime note sparse e incoerenti a quattro giorni dall’arrivo a Praga:
Dopo una giornata passata a parlare in inglese, fare conversazione nella tua lingua madre è un po’ come bere un bicchiere d’acqua.
L’accento italiano è uno dei più imitati e stereotipati in giro per l’Europa, però ingiustamente: quando gli spagnoli parlano in inglese, il loro marcatissimo accento ti resta nel cervello per ore. Basta, da oggi in avanti gli spagnoli saranno sotto di me nella catena alimentare degli sfottò internazionali.
Privacy in Erasmus è quando sei con un gruppo di portoghesi che parlano portoghese e tu sei libero di alienarti.
Il tempo necessario perché uno straniero chieda conto di Berlusconi a un italiano è quaranta minuti circa di conversazione. Io avrei scommesso venticinque secondi. Forse ho parlato con gente troppo educata, o forse siamo noi che pensiamo troppo a Berlusconi.
Momento vanità: quando a una festa in discoteca vieni definito l’unico italiano che non sembra uno stereotipo è un onore o una cosa un po’ triste, a seconda dei punti di vista.
Devo ancora visitare bene Praga, ma soprattutto devo ancora assaggiare i Tatranky.
Nota metodologica: userò sempre la inelegante perifrasi “abitanti della Repubblica ceca” invece di “i cechi” per evitare quello che è successo a Foscolo quando nell’Aiace definì “salamini” gli abitanti di Salamina. Per fortuna io non scrivo in versi.
