Sono belli i sabati pomeriggio in cui puoi permetterti di scegliere se andare a vedere lo Schiaccianoci al Teatro Nazionale di Praga, un concerto degli Oceansize a Norimberga, oppure Madeleine Albright in conferenza alla Facoltà di Lettere dell’Univerzita Karlova. Tutte occasioni piuttosto appetitose, ma la possibilità di ascoltare il Segretario di Stato dell’era Clinton in occasione del ventennale della Rivoluzione di Velluto rendeva il terzo evento il più raro di tutti.

La Albright è piuttosto invecchiata rispetto ai telegiornali di fine anni ’90, ma resta una signora molto vivace e concreta; ha il sarcasmo smaliziato di una che non si sente più una diplomatica. Parla un ceco quasi perfetto, ma di tanto in tanto si fa suggerire alcune parole dal moderatore del dibattito. Alla sua lingua natale alterna alcuni brevi termini in inglese senza mai mischiare la pronuncia delle due lingue. Ma soprattutto, neanche stavolta ha rinunciato alla spilla d’ordinanza sul petto, a sinistra.

Le domande degli studenti sono quasi tutte sulla Repubblica Ceca, dal Comunismo alla Rivoluzione di Velluto fino alla politica disastrata di oggi, senza però dimenticare questioni globali come l’Afghanistan o l’Unione Europea. Le risposte della Albright sono sempre molto schiette: ricorda la sua prima visita diplomatica in Cecoslovacchia nel 1967; sottolinea l’imprevedibilità della caduta del Comunismo in Europa; critica la politica estera di George W. Bush; non capisce perché Václav Klaus, l’attuale Presidente della Repubblica Ceca, debba per forza andare a Mosca; vorrebbe un’Europa più forte che pensasse meno ai propri interessi ma allo stesso tempo ammette che le piacerebbe un Dollaro al pari dell’Euro.

C’è chi ricorda all’ex-Segretario di Stato che gli USA sono stati spietati tanto quanto l’URSS; la Albright dice di non approvare tutta la politica estera statunitense, ma consiglia all’interlocutore di ripassare l’invasione sovietica del 1968 sui libri di storia. Un bel modo di difendere il buon nome del proprio paese: onesto, diretto, senza troppa retorica.

Come in ogni conferenza in cui si parla di dittatura, capita sempre di sentire qualche parola di apologia da parte di uno o due nostalgici. Di solito si tratta di ragionamenti sofistici, velocemente liquidati dai relatori: vi lascio immaginare quanto sia stata veloce la ribattuta della Albright, per non parlare della reazione del pubblico.

È stato un bel pomeriggio, il primo dopo due mesi di Erasmus che mi ha permesso di entrare un po’ di più nella testa dei miei coetanei universitari della Repubblica Ceca. Ragazzi che vorrebbero che la propria nazione contasse di più nel mondo, arrivando persino a chiedersi perché non possono contribuire di più alla Guerra in Afghanistan. Ma soprattutto sentono la responsabilità di essere usciti da una dittatura solo vent’anni fa, e si chiedono: se non ci rendiamo conto noi dell’importanza di una libera democrazia, allora chi se ne deve rendere conto?

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