ItPop

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Il fascino del BritPop e del clima generale che si respirava nel Regno Unito nella prima metà degli anni ’90 non sta tanto nella musica in sé, ma nella ritrovata consapevolezza delle proprie capacità dopo un decennio di colonizzazione culturale americana. Era orgoglio nazionale ma non nazionalismo; era la sensazione diffusa di poter cambiare in meglio pur rimanendo se stessi; anzi, rendendo la propria storia, la propria singolarità un motivo di orgoglio. Era la più riuscita delle sintesi tra conservatorismo e progressismo.

Gli artisti ricominciarono a cantare in accento inglese e ad ispirarsi ai grandi modelli musicali degli anni ’60 e ’70: i Beatles, i Rolling Stones, David Bowie, il Punk ’77. Eppure la sensazione che si ha nell’ascoltare gli album dei Blur, degli Oasis, dei Pulp e degli Elastica non è quella fastidiosa di trovarsi di fronte a qualcosa di già sentito; c’è invece una orgogliosa affermazione delle proprie origini e allo stesso tempo una vigorosa aspirazione al rinnovamento. Una ricetta perfetta che ha consentito al genere di avere una enorme eco popolare. Il BritPop fu il canto del cigno dell’epoca tardo-thatcheriana di John Major, e allo stesso tempo il preludio al trionfo del New Labour di Tony Blair; eppure non ebbe alcun tratto ideologico (a parte uno), solo tanta speranza e voglia di riaffermarsi.

Ecco, io in questa Italia all’uscita dagli anni 2000 ci vedo molto della Gran Bretagna di fine anni ’80. Povera di fiducia in sé stessa, sterile di stimoli culturali, vessata da una pessima reputazione internazionale, avvolta in un eterno presente, senza memoria del passato o prospettive per il futuro. Comprensibilmente, c’è chi si vergogna troppo di essere italiano e chi se ne vergogna troppo poco. 

Per gli inglesi andò che nel maggio 1989 gli Stone Roses pubblicarono il loro primo album omonimo, un lavoro notevole che sembrava presagire loro un futuro brillante. In realtà non fecero molta strada, ma furono pur sempre la colonna sonora della ribellione edonista che poi sfociò nella gioia del BritPop. Da noi forse tutto questo non succederà. Ma io in fondo io ci spero che quest’anno una band nostrana sancisca la fine del decennio e se ne esca con un disco così tradizionalmente rivoluzionario da aprire un nuovo corso della nostra musica, un ItPop che non sia nè sanremese, nè commerciale, nè indie, ma qualcosa che sappia mischiare con intelligenza tutti gli ingredienti migliori del nostro passato e presente musicale in modo da mettere d’accordo tutti tutti. Sarebbe bello vedere gruppi musicali esibire il tricolore ai propri concerti come gli Oasis fanno con la Union Jack, senza voler essere ultranazionalisti o nazionalpopolari, ma semplicemente italiani. In sostanza, il sogno veltroniano però a livello musicale, e quindi senza il limite di dover essere forza di parte. 

(Certo, poi sappiamo tutti com’è andata a finire lassù. Però almeno loro hanno tentato.) 


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