La cronaca del congresso dell’Italia dei Valori ci riporta un guazzabuglio di dichiarazioni in bilico tra l’auspicata trasformazione in voce di alternativa, non di sola opposizione, e i forti toni populisti che tanto non si sa mai. L’ennesimo partito di lotta e di governo, insomma. Ma ciò che mi diverte di più è il ripetersi dei medesimi discorsi che seguono la chiusura di tutte le recenti campagne elettorali: la dichiarazione dell’inizio di una famigerata “nuova fase”, quella che nel 2008 doveva essere la fusione con il PD, o almeno con il suo gruppo parlamentare (concetto tra l’altro ribadito in una conferenza stampa del congresso, ma puntualmente rimandato a data da destinarsi); quella che dopo le europee dello scorso anno fu la promessa di togliere il cognome del leader dal simbolo per iniziare una fase più autonoma rispetto al fondatore (cosa anch’essa accennata solo di sfuggita nella mozione maggioriatria); quest’anno Antonio Di Pietro forse ha capito che le promesse non pagano e infatti dichiara che si accontenterà del posto di socio onorario del partito, ma solo dopo le elezioni del 2013. E per dimostrare la sua buona fede viene eletto per acclamazione.

Rispetto a questo pasticciaccio, la linea De Magistris sembra dare più speranze, ma ne riparleremo al prossimo congresso.

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