Il significato della religione e la sua storia, questioni importanti per conoscere il nostro mondo, le insegnerebbe il professore di filosofia: con un’ora in più a disposizione. Fine – bieca – della questione.

Per carità, io non so che cosa fosse l’ora di religione ai tempi in cui Luca Sofri era sui banchi di scuola, però so cosa è stata la mia esperienza, vissuta in tempi piuttosto recenti: niente affatto un insegnamento di dogmi, e forse neanche un educazione alla religione in senso stretto; ma uno dei pochi momenti di dialogo in cui si poteva spaziare su qualsiasi argomento. Un’oasi all’interno di un’istituzione che di per sè non stimola affatto il confronto tra insegnanti e studenti (basti pensare alla disposizione della cattedra rispetto ai banchi).

Non nego di aver incontrato qualche volta il pretino puritano con la riga da una parte, però nel complesso la libertà di quelle ore la ricordo con piacere; e ve lo dice uno così agnostico che da bambino ripeteva ai malati: “perché, invece di pregare, non ti prendi una medicina?”.

So che il dibattito sull’insegnante di religione è più complesso del semplice ricordo personale. Forse è strano che un’ora di religione così laica e così poco scolastica abbia un tale peso nel giudizio di fine anno, o forse non è affatto strano. Dipende da che tipo di scuola vogliamo. Io propenderei per una in cui lo studente è valutato non solo per le nozioni che ha assimilato ma anche per il suo spirito critico. E allo spirito critico dello studente -che lo crediate o no- contribuisce molto anche l’ora di religione, o almeno l’ora di religione che io ho conosciuto.

Vogliamo assimilare i concetti religiosi con la filosofia? D’accordo, però un ora di dibattito aperto e libero non la credo una cosa così terribile. È il nome che ci da fastidio? Difficilmente riusciremo a cambiarlo, ma io penso che sia più importante la sua sostanza.

La chiesa cattolica è per molti versi indifendibile, soprattutto in anni così strani e complessi. Però mi pare inutile -anzi, controproducente per chiunque- condannarla per ciò che sta facendo di positivo. Critichiamo con forza le sue posizioni su aborto, cellule staminali, eutanasia, ma non il buon lavoro che molti preti stanno svolgendo in parrocchie, scuole e collegi universitari. Di solito non è mero proselitismo, ma un tentativo di amalgamare persone molto diverse tra loro (anche molti biechi illuministi) in modo da arrivare ad un confronto rispettoso dove questo manca.
La stessa cosa che spesso avviene nelle nostre ore di religione contemporanee.

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6 risposte a “Laico, non laicista”

  1. Giovanni Fontana

    Posto che il mio raccontoPerdonami, Andrea, ma questo mi sembra bastiancontrarismo.
    Il punto è talmente ovvio che sono certo che non ti sfugge: perché questa ora di – chiamiamolo – “dialogo” deve essere appaltata alla Chiesa Cattolica?
    Perché non all’Associazione Nazionale Giardinieri?

    Fra l’altro io ho una posizione molto più favorevole di te – mi par di capire – nei riguardi del proselitismo, quindi la cosa è tanto più assurda.

  2. Andrea Privitera

    A dire il vero mi sembra che Luca Sofri abbia proposto di trasformare un’ora di libera discussione nell’ennesima ora di insegnamento tradizionale. Certo, non mi sfugge il fatto che esiste un monopolio cattolico riguardo a queste attività educative e associazionistiche, ma non sono neanche così ingenuo da pensare che questo monopolio verrà spezzato nel futuro prossimo. Per cambiare appalto (o per abolirlo) ci vorrebbe una netta riforma (o abolizione) del Concordato, cosa che vedo difficilissima in questi anni di immobilismo politico e sociale.

    In questo senso mi pare una perdita di tempo criticare l’associazionismo cattolico -che paradossalmente mi sembra una delle cose più laiche che abbiamo in Italia- quando invece la laicità è minata in maniera ben più grave su altri fronti. Daresti maggiore priorità all’abolizione dell’ora di religione a scuola o a una legge sull’eutanasia che rispetti la scelta dell’individuo?

    Sul proselitismo mi hai capito bene, complimenti! Non lo amo molto, ma mi rendo conto che è una questione molto personale. Anche perché chiedere ad altri di non fare più proselitismo sarebbe già una forma di proselitismo di per sè.

  3. Giovanni Fontana

    Mi sa che non ci capiamo su cosa vuoldire “laico”, anzi, proprio dal titolo: cos’è un laicista?

    Sul proselitismo mi hai capito bene, complimenti! Non lo amo molto, ma mi rendo conto che è una questione molto personale. Anche perché chiedere ad altri di non fare più proselitismo sarebbe già una forma di proselitismo di per sè.

    Accidenti: lo so, capita a tutti di essere egoisti.

    Ti racconto di Carlo Michelstedter, uno di quei genî che si laurea a 15 anni e mezzo. Lui va a finire a laurearsi a 23, dopo aver girato 3 facoltà, in lettere con una tesi che si chiama “la persuasione e la rettorica”. La sua idea, molto rudemente estratta, era che la rettorica non dovesse convincere gli altri. Che il potere persuasivo delle proprie parole fosse un’offesa alla libertà altrui, e che fosse sbagliato cercare di convincere gli altri delle proprie ragioni. Che ognuno ha bisogno di trovare la propria via in sé, senza il contaminante apporto altrui.
    Studiando e scrivendo febbrilmente per un anno intero quel librone che sarebbe diventato la sua tesi, si rende conto di come qualsiasi atto espressivo sia un atto conativo (persuasivo), di come anche cercando di non farlo in tutti i modi, il suo scrivere effetto il suo parlare, avesse un effetto ottundente sulla libertà altrui.
    Resosi conto che non avrebbe potuto condurre la propria vita secondo i propri canoni di “non offesa”, e a onor del vero non solo per questo, si suicidò.

  4. Andrea Privitera

    Caro Giovanni, mi spiace che tu ti sia bruciato così un aneddoto del lunedì: di Michelstaedter si parla anche nel corso di Letteratura contemporanea di Padova, non solo in quello della Sapienza.

    Io però non sono un assoltuista come il nostro amico goriziano: per fortuna che ogni atto espressivo è anche conativo! Se così non fosse, saremmo tutti delle isole, degli individui ottusi che non riescono a capire le ragioni di chiunque altro al di fuori di sè. Un mondo tanto distopico quanto inimmaginabile, dato che l’umanità funziona anche grazie alla possibilità del confronto.

    Il proselitismo è però altra cosa dal semplice confronto. Non è un dialogo orizzontale, ma verticale: una delle due parti in causa è meno disposta a cedere terreno dell’altra, e quindi difficilmente si allontanerà dalla sua idea di partenza; anzi, cercherà di trascinare il suo interlocutore dalla sua parte con qualsiasi mezzo.

    Attenzione, io non condanno sempre e comunque questo comportamento, ma ho anche tutto il diritto di non farlo mio. Se in una discussione io riesco a persuadere il mio interlocutore, tanto meglio; ma non mi sento sconfitto se la mia idea non prevale sempre. Anzi, molto spesso mi sento arricchito perché riesco a capire un po’ di più le ragioni altrui, e sono certo che anche il mio interlocutore avrà capito qualcosa sul perché io la pensi in un certo modo. Anche questo, innegabilmente, è un atto conativo.

  5. Giovanni Fontana

    mi spiace che tu ti sia bruciato così un aneddoto del lunedì

    Accidenti, mica c’avevo pensato! Ora lo accodo! Grazie.

    Il proselitismo è però altra cosa dal semplice confronto. Non è un dialogo orizzontale, ma verticale: una delle due parti in causa è meno disposta a cedere terreno dell’altra

    Cosa ti dà questa convinzione?
    Io trovo proprio il contrario, che chi non vuole convincere l’altro delle proprie ragioni sia – oltre che chiaramente più egoista – meno disposto a cambiare idea, a mettersi in gioco.

    ma non mi sento sconfitto se la mia idea non prevale sempre

    Tu dovresti sentirti sconfitto se non prevale l’idea migliore. Ognuno di noi è un proselita non perché è la propria opinione che difende, ma perché se quella è la propria opinione significa che quella determinata persona la considera la migliore: altrimenti ne avrebbe un’altra! Nel momento in cui tu rimoduli il tuo pensiero in relazione al pensiero altrui non stai facendo altro che subirne – beneficamente – il proselitismo.

    Magari l’avrai già letto, ma se è no, corri:
    http://www.corriere.it/speciali/2005/Cronache/PioXII/index23.shtml

  6. Andrea Privitera

    Innanzitutto grazie per la segnalazione dell’articolo, non lo conoscevo e merita davvero di finire tra i miei notabilia!

    Giovanni Fontana ha detto:

    Io trovo proprio il contrario, che chi non vuole convincere l’altro delle proprie ragioni sia – oltre che chiaramente più egoista – meno disposto a cambiare idea, a mettersi in gioco.

    Anche solo esprimendo una mia convinzione io mi metto in gioco e, di conseguenza, mi dimostro altruista. Se espongo una mia idea è perché la ritengo perlomeno degna di nota, e quindi divulgabile. È stando zitto o facendo chiacchera da bar che mi astengo dal giocare.

    Il vero problema, piuttosto, è se io mi auguro che vinca l’idea più convincente o se voglio vincere io a tutti i costi.

    Proselitismo, per come lo intendo io, rischia di diventare un inseguire la vittoria sempre e comunque. Anche Padoa Schioppa, che fa il tuo stesso discorso, parla dei possibili eccessi di questa pratica.

    Però Giovanni, temo che anche in questo caso ci troviamo di fronte a una battaglia semantica. Correggimi se sbaglio: per te proselitismo è metaforicamente qualsiasi partita di calcio, mentre io distinguo tra amichevoli e incontri di campionato. Un incontro di campionato è, ad esempio, la predica domenicale di un prete o una tribuna politica. Questa discussione che stiamo avendo io e te, invece, è un amichevole.

    Su una cosa però siamo d’accordo: entrambi vogliamo che ogni partita sia disputata con fair-play, cioè che in tutti i casi ci sia un dialogo pacato e che arricchisca ciascuno degli interlocutori. Ma immagino ti renderai conto che, se c’è un trofeo in palio, si rispetta meno il fair play e si fa più gioco maschio e qualche volta persino scorretto.

    Per quanto riguarda me, io al momento sto disputando solo amichevoli. Non ho interesse nel vincere perché non c’è nulla da vincere, e quindi gioco per il piacere di giocare, per il piacere di discutere. Qualche volta le mie argomentazioni vincono, qualche volta perdono; ma intanto faccio allenamento, mi arricchisco di idee e di nozioni; o, per dirla con le parole di Padoa Schioppa:

    Ogni dialogo con l’altro deve, per essere davvero tale, divenire anche un dialogo con se stessi. Deve ammettere il dubbio, accettare l’ipotesi che la nostra posizione sia rivedibile, che possa almeno contenere una parte di errore. Così l’interlocutore del dialogo da avversario diviene nostro alleato, proprio in quanto contribuisce a perfezionare la nostra verità. Da una conversazione che ha cambiato le nostre idee usciamo con un sentimento di pienezza, ancora più grande che se fossimo stati noi a convincere l’altro.

    Se mai un domani dovessi scegliermi un lavoro basato sul proselitismo, allora sì che disputerò match di campionato; ma questa è un’altra storia.

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